Sul Corriere Adriatico Raffaello De Crescenzo dedica un articolo al nostro Falerio e alla sua identità ed legame con il territorio di questa denominazione storica del Piceno.
Ci fa particolarmente piacere che si torni a parlare di Falerio. È un vino che, negli anni, molti produttori hanno smesso di fare o hanno relegato a un ruolo secondario, ma che noi continuiamo a considerare uno dei vini capaci di raccontare più autenticamente il nostro territorio.

Perché il Falerio non nasce dalla ricerca di un vitigno protagonista, ma dall’incontro. Tre uve, tre sensibilità, tre modi diversi di leggere una terra che trovano nel blend il loro equilibrio. È una tradizione che appartiene alla storia agricola del Piceno e che, ancora oggi, secondo noi, ha molto da dire.
È anche il motivo per cui continuiamo a difendere con convinzione la scelta dei vini da blend: non per nostalgia, ma perché crediamo che sia il modo più completo e sincero di raccontare il territorio.
Abbiamo provato a spiegare meglio questa scelta nel nostro approfondimento:
Il senso del blend: la nostra scelta, ogni anno
Lo scorso anno abbiamo voluto portare questa convinzione ancora più lontano, in occasione dei 50 anni della DOC Falerio, organizzando una masterclass con Pietro Russo MW. Abbiamo messo il nostro Falerio, l’Avora, a confronto con alcuni grandi blend del mondo e ne abbiamo seguito l’evoluzione attraverso una verticale di cinque annate, dal 2020 fino al 2011. Un modo per dimostrare, prima ancora che per affermare, che il Falerio può essere un vino di profondità, identità e longevità.
La masterclass per i 50 anni della DOC Falerio con Pietro Russo MW
Grazie a Raffaello De Crescenzo e al Corriere Adriatico per aver riportato l’attenzione su un vino che, per noi, rappresenta ancora una parte autentica dell’anima del Piceno.
